Negli ultimi due anni ho visto proporre l’intelligenza artificiale generativa in praticamente ogni progetto museale su cui ho lavorato o di cui ho sentito parlare: chatbot che rispondono alle domande dei visitatori, curatori virtuali che raccontano le opere, sistemi che generano contenuti su misura in tempo reale. Alcune di queste idee funzionano. Molte altre nascondono un problema, che vale la pena discutere apertamente.
Cosa intendiamo per “curatore virtuale”
Con curatore virtuale intendo di solito un sistema conversazionale, basato su un modello linguistico, che risponde alle domande del visitatore su un’opera o su un percorso, spesso con una voce sintetica (anche di buona fattura) e magari un avatar. È una tecnologia matura, ma il termine “curatore” è ambizioso: un vero curatore fa scelte, contestualizza, ha un punto di vista. Un chatbot, nella maggior parte dei casi, recupera e riformula informazioni che qualcun altro ha scritto.
Dove l’intelligenza artificiale aiuta
Le applicazioni più solide che ho visto riguardano compiti specifici e limitati: rispondere a domande pratiche ricorrenti dei visitatori, tradurre contenuti in più lingue, mantenendo coerenza di tono, generare varianti di un testo per pubblici diversi, per esempio una versione semplificata per bambini o per persone con disabilità cognitive. In questi casi l’AI amplia l’accesso e non sostituisce il racconto.
Dove rischia di appiattire il racconto
Il rischio più concreto è la genericità: un modello linguistico, se non alimentato con contenuti curati appositamente per quel museo, tende a produrre un racconto medio, plausibile ma senza voce, che potrebbe descrivere qualsiasi collezione. Un buon allestimento ha invece un punto di vista specifico, quello del curatore o dell’istituzione: delegarlo interamente a un modello generico rischia di appiattire proprio quello che rende un museo diverso da un altro.
Un chatbot non sostituisce una guida
Una guida museale, in carne ed ossa, costruisce un percorso dialettico, decide cosa tacere e cosa enfatizzare, si adatta al gruppo di persone che ha davanti. Un chatbot risponde ad una domanda alla volta, senza una vera regia narrativa. Va bene come strumento complementare per le domande impreviste, non come sostituto del percorso pensato da chi il museo lo conosce davvero ed è capace di coinvolgere i visitatori che ha davanti.
Come uso l’AI nei miei progetti, in pratica
Nel mio lavoro uso questi strumenti di intelligenza artificiale soprattutto in fase di produzione dei contenuti, non di fruizione diretta da parte del visitatore: per generare prime bozze di testi da rivedere, per tradurre contenuti in altre lingue, per verificare la coerenza terminologica di un percorso lungo, per ricostruire modelli storici, per produrre ricerche.
L’AI è un aiuto reale, ma resta uno strumento del progettista, non un sostituto del progetto.
