Perché ho iniziato a modellare in Blender (e cosa mi ha insegnato sul progetto)

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Non è un articolo sui musei, per una volta. È un articolo sul modellare in Blender, il software di modellazione 3D che ho iniziato ad usare quasi per curiosità, senza alcuna reale necessità, e su quello che mi ha insegnato, senza che me lo aspettassi; cosa piuttosto irritante, perché uno pensa di essersi ritagliato un hobby innocuo e invece si ritrova a fare autoanalisi professionale, mentre sposta vertici con il mouse. E spoiler, l’hobby diventa anche lavoro.

Ho passato una vita a ragionare per requisiti, architetture, sistemi: mi si dà un problema, lo scompongo, lo risolvo, avanti il prossimo. Blender mi ha messo di fronte a un problema completamente diverso: non c’è un requisito da soddisfare, c’è una forma da far emergere, e per un bel po’ di tempo non sapevo nemmeno da dove cominciare. Le prime settimane sono state francamente frustranti – un’interfaccia densissima, scorciatoie da tastiera da memorizzare a decine, un vocabolario tecnico tutto nuovo, che mi faceva sentire un principiante assoluto, per la prima volta dopo anni; sensazione tanto rara, quanto scomoda quando uno è abituato a essere quello che le cose le sa già.

Poi però è arrivato un momento preciso in cui qualcosa si è sbloccato, e devo ammettere che ha avuto quasi il sapore di un’epifania: ho capito che la topologia, cioè il modo in cui sono disposti i poligoni su una superficie, non è affatto un dettaglio tecnico da smanettoni, ma la vera struttura portante di un modello. La topologia, che per me, matematico è stata subito fascinazione.

Una forma può essere bellissima e avere comunque una topologia sbagliata, e in quel caso si deforma, non si anima, non regge le modifiche successive: resta bella solo finché nessuno la tocca, un po’ come certi allestimenti, pensati per solo per l’inaugurazione. Ed è lì che, quasi mio malgrado, ho iniziato a vederci un parallelo con il mio lavoro quotidiano.

La topologia in 3D è, in fondo, la stessa identica lezione dell’architettura software o della progettazione di un percorso museale: la bellezza superficiale non basta, se la struttura sotto non regge il cambiamento. Un modello ben costruito si può modificare, animare, riutilizzare senza drammi. Un modello costruito in fretta, pensato per apparire bene in un solo render e in nessun’altra condizione, si rompe rovinosamente alla prima modifica seria – vale per i poligoni, vale per il codice, vale (eccome) per un pannello museale, disegnato senza pensare a cosa succede, quando cambia una didascalia.

Ho imparato tutto questo guardando ore e ore di tutorial e sbagliando molto di più di quanto abbia fatto bene, il che è del tutto normale per chi impara qualcosa di completamente nuovo da adulto, senza fretta e senza l’obbligo di essere subito produttivo – un lusso che a lavoro non mi concedo mai, e che infatti mi è sembrato quasi sospetto le prime volte.

È stata una lezione di umiltà utile anche fuori da Blender: rimettersi nei panni di chi sta imparando qualcosa da zero, con tutta la goffaggine del caso, aiuta parecchio a progettare strumenti e contenuti più comprensibili per chi non è del mestiere, cosa che dò per scontata, molto più spesso di quanto vorrei ammettere.

Ora uso Blender anche per lavoro, non ancora in modo sistematico, e va bene così. Lo uso perché mi tiene la mente allenata su un tipo di pensiero diverso da quello con cui lavoro ogni giorno, ed è un allenamento che, sospetto, serva più a me di quanto serva ai poligoni. E perché, come ho scoperto scrivendo un articolo successivo su scansione 3D e allestimenti museali, quello che si impara per pura curiosità personale, senza nessuna agenda, prima o poi trova sempre un punto di contatto con il lavoro che si fa davvero – anche quando si parte convinti che stavolta no, stavolta è solo per divertirsi.