Dal brainstorming all’apertura del museo
Nell’azienda sarda per cui lavoro mi occupo di progettazione museale da oltre dieci anni e, da sei, gestisco tutto il ciclo produttivo degli allestimenti museali interattivi, mettendo la tecnologia al servizio del racconto. Per me un museo, prima di tutto, deve raccontare: la tecnologia multimediale, interattiva, in realtà aumentata o virtuale, è un buon supporto solo quando resta organica al messaggio e non diventa essa stessa la strategia.
Mi piace partire sempre da una domanda semplice: cos’è davvero un museo? Lo statuto ICOM lo definisce un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo, le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone per scopi di studio, istruzione e diletto. In questa definizione il museo ha tre funzioni chiare: custodire, studiare e comunicare. La tecnologia è lì per aiutarlo a fare queste tre cose meglio, più efficacemente e in modo più accessibile, non per sostituirsi al racconto o nasconderne la debolezza.
Per questo, nei progetti che seguo, la filiera parte sempre dal contenuto: dalla ricerca storica e archeologica, dalla selezione dei reperti e delle storie da valorizzare, per poi tradurle in percorsi, pannelli, installazioni e layer digitali. Solo dopo arrivo alla scelta tecnologica: schermi, touch point, sistemi di tracciamento, motori per AR/VR, modelli 3D da scansione laser o fotogrammetria. Ogni soluzione è valutata in funzione della chiarezza espositiva, dell’accessibilità e della sostenibilità nel tempo, non come fine a se stessa.
Il risultato a cui punto: quando la tecnologia scompare
Il mio obiettivo non è stupire con l’effetto speciale (l’ho capito in vecchiaia), ma creare musei in cui il visitatore non dice “che tecnologia incredibile”, ma “questo sito, questo oggetto, questa storia mi hanno parlato”. Quando la tecnologia funziona davvero, si ritira dallo sfondo: resta la percezione di un racconto più ricco, più coinvolgente e più memorabile.
Come sintetizza: “La migliore tecnologia è quella che ti dimentichi di usare”, in un museo, questo significa che il visitatore non si chiede se sta guardando una proiezione, un led-wall o uno schermo, ma si sente dentro una storia.
Perché la tecnologia invisibile funziona nei musei
La tecnologia invisibile riduce l’attrito cognitivo: il visitatore non deve imparare ad usare qualcosa. Il dispositivo diventa un “sottile strato tecnico” tra la storia e l’ascoltatore, non il protagonista o peggio l’ostacolo.
Questo il mio approccio nella progettazione museale:
- trasformo il visitatore da spettatore a partecipante, senza distrarlo con altro;
- rendo le informazioni immediate, umane e capibili;
- allungo la vita dell’allestimento: vorrei che la storia continui a funzionare “per sempre”.
Vedere il prima, durante e dopo la visita
Un’altra mia linea guida è progettare la visita museale in tre momenti:
- Prima della visita: prenotazione online, suggerimenti personalizzati, anticipazione emotiva del racconto.
- Durante la visita: ingresso fluido, navigazione chiara, storie che rispettano i tempi e l’attenzione.
- Dopo la visita: gadget, spunti per approfondire, invito a tornare o condividere.
Progettare un museo per durare oltre la tecnologia
Un problema ricorrente è che i media tecnologici invecchiano velocemente: un “ologramma” oggi può sembrare magia e fra cinque anni, imbarazzante. La sfida non è evitare la tecnologia, ma progettare esperienze in cui la storia continui a vivere anche quando la lucentezza tecnologica svanisce e addirittura debba essere aggiornata.
I miei tre principi pratici:
- Dare priorità a contenuto e narrazione, non all’effetto wow.
- Usare strumenti flessibili e aggiornabili, così i curatori possono rinfrescare i contenuti senza rifare l’allestimento.
- Misurare cosa fanno i visitatori per affinare la storia e non solo la tecnologia.
Come tradurre tutto questo nel lavoro quotidiano
Partendo dal mio ruolo di custode di una visione più complessiva del progetto:
- Definire per ogni sala o postazione una “story brief”.
- Scegliere tecnologie che supportino la narrazione senza diventare il messaggio.
- Progettare percorsi a strati.
- Valutare ogni soluzione con la domanda: “Se togliessimo questo media la storia regge ancora?”
Cosa faccio davvero
Seguo con grande fatica l’intero ciclo ingegneristico del progetto museale, dal preliminary design fino al commissioning e all’apertura: definizione dei requisiti funzionali e prestazionali, progettazione dell’allestimento, ingegnerizzazione degli exhibit multimediali, integrazione hardware/software, predisposizione delle infrastrutture per contenuti in realtà aumentata e virtuale, validazione dell’usabilità e dell’accessibilità. Nelle varie commesse, coordino (anche qua con grande fatica) team multidisciplinari (direttori museali, curatori, architetti, sviluppatori, installatori, maestranze varie), ottimizzando l’architettura tecnologica in funzione degli obiettivi espositivi, dei vincoli di capitolato e della manutenibilità nel tempo.
Ho maturato questa skill in oltre vent’anni di project management IT/ICT e cerco di applicarla nella progettazione museale e di sistemi IT, con un approccio sistemico, che tratta il museo – per quello che è – un’infrastruttura complessa.
Se stai valutando un allestimento museale – nuovo o da rinnovare – guarda i miei case study, contattami e parliamo.
